La sindrome della caverna, condizione del nostro tempo

La difficoltà di riprendere in mano la nostra vita dopo un evento avverso è un fatto che ha sempre definito l’essere umano. E se l’evento avverso prende il nome di Covid e dura ormai da quasi tre anni, beh, allora direi che ci siamo. Per me l’estate è sinonimo di libertà, ma anche di pulizia. Stare tutto il giorno in costume da bagno, a piedi nudi, sulla mia amata sabbia, ha un qualcosa di terapeutico. E quando mi sento bene dentro è più facile svuotare le ante degli armadi dell’anima, quelli che solitamente se ne stanno ben nascosti e fanno finta di non esistere, invece esistono e danno pure tanto fastidio, anche se non ce accorgiamo.

Foto: Zen

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Questa settimana mi sono imbattuta in più persone prese da mesi nella morsa della caverna. La sindrome della capanna è sinonimo di sofferenza. La persona è consapevole che deve riprendere le attività sociali ma la sola idea di varcare la soglia di casa scatena intensa ansia. Ho sempre la speranza che i raggi di sole di questo splendido agosto, oggi un po’ meno caldo, possano trovare la via d’entrata del cuore e posarsi lí, lievemente, come farfalle sui rami, per ridare luce a coloro che ne hanno più bisogno. Mi sento fortunata, inondata da cose belle e inebriata dal sale di questo mare infinito, mentre guardo l’orizzonte non mi sento intrappolata e sguscio via dalle notizie brutte, dal mondo che crolla, dalla confusione di mesi e mesi di stallo, come fossimo stati tutti prigionieri di una bolla.

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La casa è il posto più sicuro in cui stare, ma il problema è che siamo esseri umani, sociali, con bisogno di certezza, contatto, sorriso, parola e abbraccio. Cose semplici, che tuttavia oggi appaiono complesse, a momenti addirittura lontane. E pensare che l’estate dovrebbe sempre portare a una certa libertà dell’anima, fatta di momenti leggeri, vacanze e costumi da bagno colorati come le caramelle di un bambino. A volte mi scopro ad aver timore di settembre e dell’autunno che è alle porte. Sono talmente sazia delle notizie che quotidianamente, vuoi o non vuoi, ci raggiungono, che passo le mattine a rotolarmi nel letto, come avessi 16 anni. La tranquillità delle lenzuola profumate di lavanda mi abbraccia e promette sogni sicuri.

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Ma poi mi alzo e mi godo la giornata, pensando che se fosse l’ultima, beh, allora avrei fatto tutto ciò che mi è passato per la testa, senza rimpianti. E in affetti mi riporto sempre nel qui ed ora, che poi è l’unico momento che davvero esiste e questo va ricordato. Mi auguro non siate in una caverna e neppure in una capanna, a meno che non sia alle Maldive, con le palme e il vento a spostare il pareo dai fianchi. Per il resto abbiamo un’unica possibilità: trovare in noi stessi tutta la positività della quale abbiamo bisogno, fare una selezione intelligente delle persone con cui stiamo e cercare di nuotare con la corrente. Che poi gli scogli arrivano, quindi tanto vale esercitarci ad evitarli.

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L’adattamento è movimento, cambiamento e soprattutto flessibilità. L’arte di adattarsi ai cambiamenti non deve tradursi obbligatoriamente in un trauma, possono ottenersi straordinari vantaggi.

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