Mabon, la stagione in cui impariamo a lasciare andare

Mabon arriva quando l’estate comincia lentamente a ritirarsi e la luce, giorno dopo giorno, lascia spazio alla penombra. È il tempo dell’equinozio d’autunno, quel momento sospeso in cui luce e buio si incontrano e si trovano in perfetto equilibrio, prima che le giornate inizino ad accorciarsi e la natura entri, poco alla volta, nella sua stagione più silenziosa. Per me Mabon è questo: una soglia, un passaggio, un invito a fermarsi e ad ascoltare ciò che cambia dentro di noi mentre tutto, intorno, cambia forma.

Foto: Zen

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L’autunno non arriva mai davvero all’improvviso. Prima ci sono le foglie che iniziano a cambiare colore, l’aria che si fa più fresca al mattino, le giornate che sembrano avere una luce diversa e quel bisogno quasi istintivo di rallentare. La natura non oppone resistenza a questo cambiamento: lascia andare. Gli alberi non cercano di trattenere le proprie foglie, non si aggrappano a ciò che è stato, non cercano di convincere l’estate a restare. Semplicemente comprendono che è arrivato il momento di cambiare.

Ed è forse questa una delle lezioni più profonde dell’autunno: non tutto ciò che amiamo è destinato a rimanere con noi per sempre e lasciare andare non significa necessariamente perdere. A volte significa riconoscere che qualcosa ha concluso il proprio ciclo e avere il coraggio di permettergli di andare.

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Noi, invece, spesso cerchiamo di trattenere persone, situazioni, versioni di noi stesse, abitudini e desideri che hanno già smesso di appartenerci, come se il cambiamento fosse qualcosa da cui difenderci. Mabon mi ricorda che possiamo anche smettere di resistere e imparare dalla natura la saggezza del distacco. L’autunno è la stagione del cambiamento, ma è anche la stagione dell’ombra. La luce diminuisce e le ombre diventano più lunghe, più visibili, e forse proprio per questo questa stagione ci invita a guardare dentro di noi con maggiore sincerità. Ci sono parti di noi che durante l’estate riusciamo facilmente a mettere da parte, riempiendo le giornate di rumore, movimento, persone, impegni e distrazioni. Quando arriva l’autunno, però, qualcosa cambia. La natura si fa più quieta e quella quiete può diventare uno specchio.

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Affrontare la propria ombra non significa cercare dentro di sé qualcosa di sbagliato da eliminare, ma avere il coraggio di incontrare anche quelle parti che preferiremmo non vedere. Le nostre paure, le nostre contraddizioni, le ferite che ancora fanno male, la rabbia che non abbiamo ascoltato, il bisogno di essere riconosciute, le insicurezze, le cose che non abbiamo avuto il coraggio di dire e quelle che continuiamo a raccontarci per paura di cambiare. L’ombra non è necessariamente qualcosa da combattere. A volte è semplicemente una parte di noi che chiede di essere ascoltata.

Forse è proprio questo che mi insegna Mabon: non dobbiamo avere paura del buio soltanto perché nel buio non vediamo tutto con chiarezza. Possiamo imparare a restare lì, almeno per un po’, senza cercare immediatamente una risposta, una soluzione o una nuova direzione. Possiamo sederci dentro ciò che non comprendiamo ancora e lasciare che il silenzio faccia il suo lavoro.

Il silenzio, in questo periodo dell’anno, assume per me un significato particolare. Viviamo in un mondo che ci spinge continuamente a parlare, produrre, rispondere, condividere, essere presenti, riempire ogni spazio. Anche quando siamo stanche, spesso cerchiamo qualcosa che ci distragga dal nostro stesso mondo interiore. L’autunno, invece, sembra sussurrarci il contrario: fermati. Non devi sempre fare qualcosa. Non devi sempre sapere dove stai andando. Puoi anche semplicemente stare. Stare nel silenzio significa permettere a ciò che abbiamo tenuto a distanza di avvicinarsi. Significa ascoltare i pensieri senza giudicarli, accorgerci di ciò che sentiamo davvero e distinguere, lentamente, ciò che nasce da noi da ciò che abbiamo imparato a desiderare per essere accettate, amate o riconosciute. Nel silenzio possono emergere verità che il rumore aveva coperto, e forse alcune di queste verità non sono nemmeno comode. Ma sono nostre, e incontrarle può essere l’inizio di una trasformazione.

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Mabon è anche un momento di gratitudine. L’equilibrio dell’equinozio ci ricorda che nella vita esistono contemporaneamente luce e buio, abbondanza e mancanza, gioia e dolore, ciò che nasce e ciò che muore. Non dobbiamo scegliere una parte e rifiutare l’altra. Possiamo imparare a tenere insieme gli opposti e a riconoscere che anche le stagioni più difficili hanno qualcosa da insegnarci. Ringraziare non significa dire che tutto è andato bene o che non abbiamo sofferto. Significa guardare ciò che abbiamo attraversato e riconoscere ciò che ci ha lasciato. Significa ringraziare per ciò che è arrivato, per ciò che ci ha fatto crescere, per ciò che ci ha mostrato una parte di noi che non conoscevamo e anche per ciò che se n’è andato, perché alcune perdite, con il tempo, diventano spazi nuovi. In questo senso, Mabon è una celebrazione della trasformazione. La natura ci mostra che morire a una forma non significa necessariamente smettere di esistere: significa cambiare stato. Le foglie cadono e diventano terra, la terra accoglie, conserva e prepara. Ciò che sembra una fine diventa nutrimento per qualcosa che ancora non vediamo. È un ciclo continuo, e forse anche noi siamo molto più cicliche di quanto ci permettiamo di essere.

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Ci sono momenti della nostra vita in cui siamo chiamate a fiorire, altri in cui siamo chiamate a raccogliere e altri ancora in cui dobbiamo semplicemente riposare e lasciare che qualcosa dentro di noi muoia. Una vecchia identità, una relazione che non ci appartiene più, una paura, un modo di vivere, una convinzione che abbiamo ereditato e che non vogliamo più portare avanti. Non tutto ciò che lasciamo andare deve essere sostituito immediatamente. Alcuni spazi devono rimanere vuoti per un po’, perché è proprio nel vuoto che qualcosa di nuovo può iniziare a prendere forma. Per questo sento Mabon come un invito alla lentezza. A bere qualcosa di caldo guardando fuori dalla finestra, a camminare senza una meta precisa, a osservare gli alberi, ad accendere una candela, a scrivere ciò che non riusciamo a dire ad alta voce, a stare vicino alle persone che amiamo senza sentire il bisogno di riempire ogni silenzio. Sono gesti semplici, ma possono diventare rituali quando li compiamo con presenza. E forse il rituale più importante di questo periodo è proprio quello di guardarci con onestà e chiederci: cosa sono pronta a lasciare andare? Quale parte di me ha bisogno di essere ascoltata? Cosa sto ancora cercando di trattenere per paura? Quale ferita continua a chiedermi attenzione? E soprattutto, cosa voglio portare con me nella stagione che sta arrivando?

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Mabon mi ricorda che non siamo chiamate a essere sempre luminose. Possiamo attraversare anche le nostre ombre, possiamo avere giornate in cui non sappiamo, non comprendiamo, non abbiamo risposte. Possiamo rallentare senza sentirci in colpa e possiamo concederci di essere semplicemente presenti alla nostra vita. L’autunno non chiede alla natura di dimostrare nulla. Le foglie cambiano colore quando è il loro momento, cadono quando è il loro momento e la terra le accoglie senza giudizio. Forse dovremmo imparare a fare lo stesso con noi stesse: smettere di pretendere di essere sempre nella stagione giusta, smettere di pensare che dobbiamo continuamente crescere, produrre, brillare e diventare qualcosa. A volte la crescita avviene proprio quando nessuno la vede.

Questa è la quiete di Mabon: sapere che anche quando tutto sembra fermo, qualcosa dentro di noi sta lavorando. Sotto la terra, nelle radici, nel buio che precede ogni nuova nascita, la vita continua. E forse anche noi, nei nostri periodi più silenziosi, stiamo preparando qualcosa che ancora non siamo in grado di vedere.

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Per me Mabon è allora un ritorno all’essenziale, un momento per riconoscere la bellezza del cambiamento e per smettere di avere paura delle nostre ombre. È un invito a lasciare andare con gratitudine ciò che ha compiuto il proprio ciclo, ad accogliere il silenzio senza riempirlo e a fidarci del fatto che non tutto ciò che finisce è una perdita. Alcune cose devono cadere. Alcune devono essere lasciate nella terra. Alcune devono rimanere nel silenzio. E noi possiamo semplicemente avere fiducia nel ciclo, sapendo che anche quando non vediamo ancora la primavera, la vita non ha mai smesso di prepararsi.

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