Questa sono io
Ci sono momenti in cui, invece di chiedermi chi sono, provo a farmi una domanda diversa: che cosa voglio da me stessa? Mi sembra una domanda più difficile, ma anche più vera. Perché “ritrovarsi” presuppone che da qualche parte esista una versione autentica di noi, una sorta di punto di partenza a cui tornare. E io non sono più così sicura che quel punto esista.
Forse perché noi cambiamo continuamente.

Foto: Zen

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Cambiamo anche quando non ce ne accorgiamo. Cambiamo attraverso le persone che incontriamo, quelle che perdiamo, attraverso una conversazione che ci rimane dentro per anni, un libro letto nel momento giusto, un viaggio, una delusione, una scelta sbagliata, una scelta coraggiosa. Ci cambia ciò che amiamo e, qualche volta, soprattutto ciò che ci ferisce. Ci cambiano i luoghi che attraversiamo, le cose che vediamo, quello che ascoltiamo, perfino le domande che cominciamo a farci.
Ogni esperienza lascia un’impronta. E forse il nostro errore è pensare che questa trasformazione sia qualcosa da contrastare.

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Ci hanno insegnato, in tanti modi diversi, a “ritrovarci”. A tornare a noi stessi, a riconoscere chi siamo davvero, come se la nostra identità fosse un luogo stabile dal quale ci siamo semplicemente allontanati. Ma io penso che non siamo un luogo. Siamo un movimento. E allora forse non dobbiamo sempre ritrovarci. A volte dobbiamo avere il coraggio di reinventarci. Non significa rinnegare ciò che siamo stati. Non significa cancellare il passato, cambiare personalità ogni volta che la vita diventa difficile o inseguire una versione di noi stessi che ci sembra più interessante. Reinventarsi, per me, significa accettare che alcune parti di noi hanno finito il loro compito.
Ci sono identità che ci sono servite per anni e che, a un certo punto, diventano troppo strette.

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Siamo stati figli, studenti, compagni, amici, professionisti, persone che hanno cercato approvazione, persone che hanno avuto paura, persone che hanno avuto bisogno di dimostrare qualcosa. Abbiamo costruito noi stessi anche attraverso quello che pensavamo di dover essere. Poi la vita, lentamente, ci mette davanti a uno specchio diverso e ci costringe a chiederci se quella persona ci assomiglia ancora. E qualche volta la risposta è no.

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Credo che sia proprio lì che cominci una delle forme più profonde di crescita: nel momento in cui smettiamo di difendere a tutti i costi l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi e accettiamo di modificarla.
La vita non ci chiede il permesso di cambiare. Cambia e basta.
Possiamo opporci, possiamo rimpiangere quello che eravamo, possiamo continuare a vivere cercando di riportare tutto a come era prima. Ma niente torna davvero indietro. Il tempo non restituisce le persone che eravamo, perché nel frattempo abbiamo visto troppo, sentito troppo, amato troppo, perso troppo. E forse è proprio questa la nostra possibilità. Se tutto cambia, possiamo cambiare anche noi. Possiamo decidere che una vecchia paura non deve più avere lo stesso spazio. Possiamo cambiare idea. Possiamo smettere di essere ciò che gli altri si aspettano. Possiamo imparare qualcosa di nuovo a cinquant’anni, a settanta, a ottanta. Possiamo scoprire una parte di noi che non avevamo mai ascoltato. Possiamo persino sorprenderci.

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Mi piace pensare che reinventarsi non sia un gesto di insoddisfazione verso ciò che siamo stati, ma una forma di rispetto verso ciò che possiamo ancora diventare. Perché non credo che la realizzazione personale consista nel trovare una volta per tutte la nostra forma definitiva. Forse consiste nel continuare a cercare una forma che ci permetta di vivere con maggiore verità. E questo richiede anche di lasciar andare.

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Lasciare andare alcune convinzioni, alcune abitudini, alcune relazioni, alcuni ruoli. Lasciare andare l’idea di essere coerenti con una versione di noi che non esiste più. Abbiamo spesso paura di contraddirci, come se cambiare idea fosse una debolezza. Io penso invece che, qualche volta, sia una delle prove più evidenti che siamo vivi.
Non dobbiamo essere fedeli per sempre alla persona che eravamo ieri. Dobbiamo essere abbastanza onesti da ascoltare la persona che siamo oggi.

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Forse la resilienza nasce anche da qui: dalla capacità di non considerarci finiti. Dalla possibilità di ricostruirci quando qualcosa si rompe, ma anche quando semplicemente qualcosa non ci basta più. E insieme alla resilienza arriva l’autostima, perché impariamo che possiamo attraversare il cambiamento senza perderci completamente. Anzi, possiamo diventare più forti proprio perché abbiamo imparato a ricomporci.

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Non importa quanti anni abbiamo. La reinvenzione non ha un’età. Non è una prerogativa di chi è giovane, né un lusso per chi ha ancora tutto da costruire. A volte, con gli anni, diventa persino più necessaria, perché abbiamo accumulato tante versioni di noi stessi e dobbiamo decidere quali portare ancora con noi. Non possiamo scegliere tutto ciò che ci accade. Possiamo però scegliere, almeno in parte, cosa farne.

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E allora oggi mi interessa meno chiedermi: “Chi sono?” Mi interessa molto di più chiedermi: “Chi voglio diventare? Che cosa voglio da me stessa, adesso?” Perché forse la risposta non sarà la stessa tra cinque anni. E va bene così. La vita è movimento. Possiamo amarla o combatterla, ma non possiamo fermarla. E se il cambiamento è inevitabile, forse la nostra libertà sta nel dargli un senso. Non nel ritrovarci sempre uguali. Ma nel riconoscerci, ogni tanto, diversi.

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E avere il coraggio di dire: questa sono io, oggi. Questa è la persona che la vita, con tutto ciò che mi ha dato e tolto, mi ha permesso di diventare. E da qui posso ricominciare.

